Per definire uno standard di prevenzione delle malattie

mercoledì, 11 settembre 2013

focus-medicoUno standard esiste

Le linee guida dietetiche per la prevenzione della malattia di Alzheimer confermano ancora una volta che le regole per una corretta alimentazione sono coerentemente sempre le stesse, che si tratti di malattie metaboliche, degenerative, cardiovascolari, neurologiche o altro.

Basta infatti confrontare le indicazioni delle diverse società scientifiche per constatare che la risposta è sempre simile se non uguale: riduzione del consumo alimenti di origine animale con conseguente abbassamento di grassi saturi, riduzione drastica dei grassi trans, aumento del consumo di alimenti vegetali (è crescente l’attenzione che la stampa scientifica pone ad esempio sui legumi), apporto costante di vitamine E, B12, acido folico, unite ad un’attività fisica moderata ma costante.

L’importanza di questa conferma

Si tratta di una concordanza di messaggi quanto mai necessaria per un intervento efficace sulla popolazione in ambito di salute pubblica, specie in questo momento dove vi è un eccesso incontrollato di notizie relative alla nutrizione che possono ingenerare pericolosi fraintendimenti.

Per chi si occupa in prima persona di alimentazione però è altrettanto necessario valutare con estrema attenzione queste indicazioni cercando di individuare eventuali criticità.

Mai generalizzare, ogni alimento andrebbe visto singolarmente

Parlando di alimenti animali (carni e derivati del latte in particolare) non si può sottacere come non venga fatta, per necessità di semplificazione, distinzione tra prodotto e prodotto. In questo modo si fa “di ogni erba un fascio”, non tenendo conto degli enormi cambiamenti avvenuti nel campo della zootecnia.

Un esempio è il recente studio sulla composizione bromatologia degli insaccati in cui è emerso come la quantità di grassi insaturi sia aumentata grandemente e scapito di quelli saturi.
Anche per i formaggi il discorso è uguale. Non tutto il latte è equiparabile, dipende anche qui dal tipo di acidi grassi presenti (si pensi all’acido linoleico coniugato (CLA) il cui effetto positivo sulla salute sembra oramai accertato)  e questi non sono che due esempi di una realtà molto complessa.

C’è molto da scoprire e non si sottovalutano fattori importanti

La verità è che poco si conosce sulla reale composizione degli alimenti e si rischia quindi di fare dei ragionamenti sulla base di dati teorici a volte approssimativi e quindi fuorvianti.

Non va poi dimenticata la differenza nelle abitudini alimentari di popolazioni diverse non solo sotto il profilo culturale, ma anche genetico. A questo proposito l’ampio dibattito ingenerato dal corposo studio di grande successo firmato dal prof. Campbell (China Study) è sintomatico di come spesso la ricerca sottovaluti l’incidenza del fattore genetico nella valutazione statistico-comparativa dell’insorgenza di patologie legate alle abitudini alimentari.

Un’altra osservazione riguarda l’indicazione relativa alla vitamina B12: viene raccomandato di accrescerne l’apporto anche tramite la “fortificazione” degli alimenti . Nulla di male, ma potrebbe esserci un’altra strada che passa attraverso un’analisi “sul campo” dei singoli alimenti, così da individuare fonti nutritive importanti di B12 in cibi che potrebbero essere erroneamente considerarti da bandire.

I grandi studi epidemiologici , seppure con qualche differenza, hanno indicato inequivocabilmente una strada da seguire, sta però in chi si occupa a livello scientifico e professionale del problema trovare soluzioni adatte per i diversi tipi di popolazioni e questo dalle conoscenze di cui disponiamo oggi risulta possibile solo attraverso uno studio approfondito di ogni alimento, delle interazioni fra alimenti noti e del loro impatto sulla salute dell’uomo.

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