Messico Obeso

mercoledì, 19 giugno 2013

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L’anno scorso, in occasione di Visti a Vedrò, abbiamo intervistato Davide Cadore, che ci ha raccontato l’esperienza di Nutricity, società e agenzia sulla ricerca alimentare e nutrizionale. A partire da questo profilo sul Messico, avviamo con lui e Nutricity una collaborazione che ci permetterà di approfondire con un lavoro a 360 gradi la ricerca de Lo Spazio della Politica sull’intersezione tra sport, salute, sistemi di welfare, agricoltura, abitudini e innovazione nell’alimentazione. 

 

Che il Messico sia un paese di forti contraddizioni è notizia vecchia di un secolo. In perenne lotta con gli Stati Uniti nel corso dell’800, oggetto delle ambizioni spagnole che intendevano violare il principio della dottrina Monroe ”le Americhe agli Americani”, il Messico è passato attraverso lunghi anni di guerra civile che sono sfociati in un regime durato quasi 70 anni, rivoluzionario nel nome ma socialdemocratico e principalmente corrotto nei fatti, emblematicamente contradditorio persino nella denominazione “partido revolucionario istitucional”.

 

 

Un paese difficile, il Messico, anche sotto il profilo fisico-geografico. Dimensioni vastissime (200mln di ettari), di cui solo 24 sono effettivamente sfruttabili per l’agricoltura, e una popolazione stimata di circa 112 milioni di abitanti in base all’ultimo censimento utile, che si concentrano in megalopoli come Città del Messico, sempre sul podio delle città più popolose al mondo e in vetta a classifiche meno gradevoli legate a criminalità e tasso di mortalità.

 

La grande transizione alimentare

Ma è gettando lo sguardo sul sistema economico e produttivo del paese che le contraddizioni che animano la tredicesima economia mondiale, secondo l’indice della Banca Mondiale, sembrano davvero esplodere.
Goldman Sachs nel 2005 eleggeva il “paese della siesta” tra le prime 5 economie mondiali per il 2050, ma gli effetti della crisi bancaria mondiale del 2007 hanno avuto sul Messico ripercussioni che sembrano evidenziare tutte le fragilità del paese. Le risorse energetiche, in buona parte ancora proprietà pubblica, rappresentano la prima voce dell’industria messicana, che è anche primo produttore americano di automobili grazie alle delocalizzazioni statunitensi e canadesi nelle celebri maquilladoras.  In questo contesto dove anche le telecomunicazioni (Telefonica su tutti) e la finanza (Bolsa è la terza borsa valori del continente) giocano un ruolo importantissimo nella composizione del PIL, l’agricoltura impiega ancora qualcosa come il 20% della popolazione, pur rappresentando non più del 3% del Prodotto Interno, come accade negli stati occidentali più ricchi. Ed è proprio questa la contraddizione che più ci interessa, perché qui la struttura economica del paese si intreccia in modo indissolubile con le caratteristiche sociali e la psicologia nazionale.

Se il 90% delle esportazioni hanno un’unica direzione, gli Usa, dal confinante nordamericano e partner del più vasto accordo mondiale di libero scambio (Nafta) arriva anche il 55% della importazioni messicane.
Nonostante l’accordo di libero scambio sottoscritto con l’UE nel 2000 e quello in via di definizione con la Cina, il Messico risulta ancora pesantemente dipendente dal mercato statunitense come hanno dimostrato gli effetti nefasti della crisi bancaria del 2007.

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Contrariamente all’esempio europeo, caratterizzato da una certa omogeneità dei mercati interni, un confronto tra Messico e Stati Uniti appare invece azzardato persino dopo 20 anni di operatività del Nafta.
Bisogna riconoscere che i temuti effetti di trade diversion non si sono verificati e che la scommessa sulla crescita di un vero e proprio mercato interno dei consumi messicano si è rivelata senza precedenti. La rapidità con cui è nato e si è sviluppato un mercato interno “onnivoro e famelico” ha portato con sé un fenomeno gemello, anch’esso figlio delle dinamiche legate all’internazionalizzazione dei mercati: il permanere di pesanti sacche di povertà e malnutrizione.  Nel 2008 l’International Life Science Institute parlando di Messico definiva ciò che si registrava nel paese come una delle più grandi transizioni alimentari e nutrizionali dei nostri tempi.Ed effettivamente comparando i dati che dal 1958 il governo messicano raccoglie sui consumi alimentari, il cambio di rotta nella dieta messicana balza vistosamente agli occhi soprattutto negli ultimi 20 anni. Nel 1999 i dati raccolti rivelavano comportamenti alimentari (in particolare tra le donne under 50) frutto delle evoluzioni derivanti dall’entrata in vigore del Nafta: dopo i cereali, il maggior apporto calorico quotidiano era garantito da un consumo massiccio dei cosiddetti “soft-drinks”, bibite confezionate quali caffè, thè e bevande zuccherate e gassate in genere. Si tratta di un consumo senza eguali al mondo quello messicano per le cosiddette “bibite”, pari a circa 160 litri/anno per persona. 

La transizione alimentare messicana porta con sé uno sconvolgimento nel paradigma un po’ stigmatizzato dei paesi in rapida evoluzione economica: non tanto sviluppo economico al prezzo del permanere di sacche di povertà, quanto piuttosto l’insorgere in maniera preponderante di patologie tipiche della società del benessere occidentale, quelle che siamo soliti definire “malattie del benessere”, come il diabete di tipo 2, che insieme all’obesità affligge ormai una fetta impressionante di popolazione, con costi sanitari che rischiano di diventare insostenibili, trattandosi di malattie che richiedono cure continuative e personalizzate.

 

L’obesità, il flagello del Messico

Se da una parte appaiono quindi ancora diffuse malattie imputabili a diete carenti sotto il profilo della varietà vitaminica e proteica come gozzo anemie, dall’altra l’abuso di bevande gassate e zuccherate, che in alcune regioni rappresentano una fonte di approvvigionamento idrico più comoda ed economica dei pozzi d’acqua, ha reso l’obesità il flagello del Messico (si stima che gli obesi siano ormai 1/3 della popolazione, arrivando a sfiorare il 70% se si considera la sola popolazione composta da maschi adulti, secondo i dati rilasciati dal GAIN, Global Agricultural Information Network, nel 2010, organismo di ricerca del Dipartimento Americano dell’Agricoltura). Ironia della sorte, nel corso del 2012 il Parlamento messicano ha rigettato un disegno di legge che proponeva di applicare una sovrattassa del 20% sulle “bibite” con la motivazione che questo inasprimento fiscale avrebbe causato una regressione vistosa nell’accesso e approvvigionamento di liquidi commestibili, dal momento che l’accesso all’acqua potabile non si riesce a garantirlo all’intera popolazione.

Il Messico ha compiuto passi da gigante sotto il profilo delle tecnologie telefoniche, come ci ricorda la immensa fortuna di Carlos Slim, il magnate della telefonia sudamericana, così come nei settori bancari e assicurativi imparentati con i colossi statunitensi oltre confine, ma rimangono sul tavolo i limiti di un sistema infrastrutturale di servizi di base mai completati (acqua, luce, gas).

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Negli ultimi 30 anni la politica messicana ha tentato di compensare queste carenze strutturali spingendo su una rete di servizi commerciali potenzialmente sostitutiva, diffusa su larghissima scala e a costi bassissimi. Il Nafta ha giocato un ruolo fondamentale in tutto questo, permettendo di sviluppare reti distributive di bibite, fast food e prodotti alimentari inscatolati e confezionati capaci di raggiungere gli angoli più remoti del paese con costi accessibili anche per le classi meno abbienti. Il problema sta proprio qui. Con questo sistema il paese ha potuto godere di indiscutibili vantaggi di crescita economica nel breve periodo, distinguendosi nettamente dalle molte realtà di stentato sviluppo che caratterizzano il continente latino-americano, ma nel lungo periodo lascia intravedere un rischio difficilmente calcolabile in termini di sostenibilità pubblica sul piano sanitario. Intere aree del paese sono passate da una condizione di malnutrizione dovuta alla carenza di cibo ad una condizione di malnutrizione dovuta ad dieta ipercalorica, ricca di grassi e basata su grandi quantità di cibo di pessima qualità. 

 

Dai limoni alla soda

Anche dal punto di vista macro-economico il problema si pone in tutta la sua evidenza. La distribuzione dei prodotti alimentari è un mercato altamente profittevole in Messico, che ha assorbito buona parte delle fasce di popolazione a reddito più basso offrendo loro una possibilità di lavoro. In termini numerici, secondo le stime ormai datate 2008 di Euromonitor, il mercato del Food&Beverage messicano vale circa 14 miliardi di dollari, cifra che spiega le ragioni della difficoltà di avviare delle politiche di prevenzione per la salute che comporterebbero ingenti investimenti di natura pubblica. Ad onor del vero si sta sviluppando, in Messico più che altrove in Sudamerica, un mercato di produzione e distribuzione dei cosiddetti functional foods, comparto che valeva nel 2008 nelle stime del Dipartimento Canadese dell’Agricoltura la considerevole cifra di 8,5 miliardi di dollari, segno di una crescente consapevolezza dei problemi alimentari che affliggono il paese.

Mentre il prodotto a basso costo viaggia nella filiera della grande distribuzione, assai ben ramificata su tutto il territorio nazionale, il mercato del functional food si sviluppa grazie ad una crescente rete di distribuzione indipendente, concentrata perlopiù nelle aree urbane delle regioni costiere turistiche e nelle aree metropolitane di centri amministrativi e servizi, dove si concentrano disponibilità finanziarie decisamente superiori alla media nazionale e capaci quindi di sostenere i costi della maggiore attenzione alla salute. La produzione agricola esigua rispetto al PIL e il limite invalicabile alla estensione delle terre coltivate, dettato dalla  geo-morfologico messicano, si traducono poi in un’evidente difficoltà di reperire sul mercato quantità soddisfacenti di prodotti orticoli e frutticoli, alla base di ogni sana alimentazione.

E tutto ciò appare ancora più incredibile se si pensa che la vocazione agronomica del Messico non è mai stata per le colture estensive di granaglie, bensì per pregiate coltivazioni di orto-frutta che prendevano la via dei mercati di esportazione. Tanto per dare un esempio, metà dei limoni del pianeta provenivano da questa terra di congiunzione del continente americano. In assenza di investimenti che rendessero accessibile ed economica una risorsa presente, ma scarsa come l’acqua, la limonata “fai-da-te” è stata sostituita dalle sode “lemon flavor”, più economiche, conservabili, di facile distribuzione e profittevoli.

Dal 2009 è in corso una massiccia campagna di promozione di prodotti “better-for-you”, per l’esattezza quasi 2000, tra i quali spiccano le quasi mille bevande a basso contenuto di zuccheri, o di sodio, segno di un’attenzione per la salute che passa per le logiche del mercato assai più che per l’interesse del decisore pubblico

 

Ringraziamo gli amici de Lo Spazio Della Politica con i quali avviamo così una simpatica collaborazione.

Fonte Articolo Originale

 

 

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