L’Italia beve meno: possiamo stare tranquilli?

mercoledì, 26 marzo 2014

VINO-ROSSO

Cala il consumo di alcolici e calano conseguentemente i decessi per cirrosi epatica. Dalla “Relazione al Parlamento su Alcool e problemi alcool-correlati 2013″ sembra emergere un quadro rassicurante, che vede l’Italia tra gli ultimi posti in Europa per consumo di bevande alcoliche. 

relazione parlamentare ALCOOL 2013

L’Italia in sostanza si è adeguata alle prescrizioni del WHO in modo estremamente diligente, ma questa riduzione dei consumi in termini complessivi non deve nascondere i profondi cambiamenti avvenuti nella dinamica dei consumi in questi ultimi anni. 
Sarebbero proprio i nuovi modelli di consumo di bevande alcoliche a destare preoccupazione nel mondo medico-scientifico, come sembra lasciar trasparire il prof. Giovanni Addolorato del Policlinico Gemelli in una recente intervista pubblicata su Doctornews. 

Il cambiamento più sostanziale risulta un drastico calo nel consumo di vino durante i pasti a favore di un consumo di bevande alcoliche fuori pasto, negli orari principalmente serali, legati ai momenti di svago nei cosiddetti orari “aperitivo” e nei weekend. 

Si tratta di un allineamento al costume più diffuso nella cultura anglosassone, dove il consumo di alcool si concentra principalmente nei week end come momento “di fuga” con il preciso obiettivo di raggiungere lo stato di ebbrezza nel più rapido tempo possibile. 
In fatto di binge drinking, questo il nome della triste moda importata d’oltralpe, letteralmente “sbronza”, “bere sfrenato”, Nutricity vi ha già raccontato le cattive abitudini che le indagini statistiche mettono in evidenza in questi anni. Qui per un riepilogo dei principali articoli

 Le fasce di età più a rischio rimangono, confermando il trend già evidenziato nei commenti passati, i giovanissimi tra i 15 e i 24 anni, presso i quali la moda del consumo abbondante e concentrato nel tempo di alcool fuori pasto appare ampiamente diffuso, sebbene leggermente in calo rispetto a quanto si era registrato per gli anni 2010-2012. E insieme ai giovanissimi gli anziani, over 65, dove il consumo di alcool cosiddetto “non moderato” presenta ancora tassi di diffusione piuttosto elevati. 

I cosiddetti comportamenti a rischio riguardano un numero di persone stimato in ca. 7,5 mln, ovvero il 13,8% della popolazione italiana superiore agli 11 anni di età. 

L’alcol rimane la causa principale di molte malattie fra cui in particolare la cirrosi epatica alcolica, ma anche causa concomitante di varie altre patologie vascolari, gastroenterologiche, neuropsichiatriche, immunologiche e dell’apparato scheletrico, di infertilità e problemi prenatali, di cancro, ivi compreso il  cancro della mammella, nonché  di altri gravi eventi quali incidenti stradali, omicidi, suicidi e incidenti vari.

Se infatti l’alcool in alcuni specifici casi non viene demonizzato, è quando si parla di vino il cui consumo in misura moderata (max 2 bicchieri vino rosso al giorno per l’uomo e 1 per la donna) fanno parte del complesso sistema ascrivibile alla “dieta mediterranea”, dove trova spazio anche il vino nella misura moderata appena descritta ed esclusivamente nell’ambito del pasto e della sua cultura. 

Esistono in proposito studi epidemiologici che dimostrerebbero un rischio mortalità più alto nei soggetti totalmente astemi rispetto ai bevitori moderati (secondo le caratteristiche qui sopra esposte). 
Purtroppo i dati evidenziano che se anche i consumi scendono, sempre più il consumo medio è legato a bevande superalcoliche o birra per i quali non si è ad oggi riscontrato alcun effetto di natura benefica, ancor peggio fuori dai pasti. 

Il lavoro che si rende necessario, stando ai dati contenuti nella relazione ministeriale, è ancora una volta quello di prevenzione. Appaiono non più sufficienti le campagne come “meno alcool + gusto”, alle quali bisogna comunque riconoscere il merito di aver favorito la crescente consapevolezza nel consumo di alcool che i dati statistici sembrano evidenziare. 
Servono nuove forme di regolamentazione, in particolare per quanto riguarda le forme di pubblicità sul web e altri strumenti che sfuggono all’attuale legislazione, e c’è spazio per un aumento dei prezzi di questo “bene di cosumo” così rischioso, i cui ricavi potrebbero finanziare il lavoro di prevenzione così come quello efficace di contenimento e recupero che si opera attraverso la sanità locale. 

 

 

 

 

 

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