La Cina si arricchisce ma mangia male

venerdì, 6 settembre 2013

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Se il cibo è prima di tutto cultura, inevitabilmente esso è espressione di un’identità e di un territorio. È funzione delle caratteristiche fisiche e geografiche che fanno sì che per ogni cultura esistano cibi graditi e fonti di nutrimento totalmente sconosciute o rifiutate come tali. Il retaggio culturale è quindi anche limite alla natura onnivora dell’uomo.

 

 La cultura del cibo in Cina

C’è però un proverbio nella tradizione cinese sembra voler confutare la regola generale di natura empirica: “Non importa se vola nel cielo, se nuota nell’acqua o se cammina sulla terra, tutto può essere preso e mangiato”.

Alla base di questa massima sta una logica derivata da alcuni fattori caratterizzanti. Da una parte un elemento geografico: la Cina può essere considerata un subcontinente dove le variazioni ambientali sono tali da aver costituito biotopi completamente diversi e separati, che garantiscono una varietà di possibili alimenti potenzialmente infinita. Dall’altra parte la Cina si considera una nazione etnicamente omogenea, dominata dalla cultura etnica Han, ma la realtà è che la società cinese è il frutto di assimilazioni di culture e dominazioni diverse che vanno dai mongoli alle tribù delle steppe asiatiche centrali (etnie dominanti durante le dinastie Ming e Quing).

La forza della Cina è stata quella di rendersi permeabile a queste contaminazioni culturali, plasmando però le classi dirigenti conquistatrici allo stile, ai modi e ai gusti della casta Mandarina, fedele ai costumi Han, creando un vero e proprio melting pot ante litteram. In assenza di precise regole di carattere religioso, il gusto e le abitudini alimentari si sono così evoluti in simbiosi con il rigido modello sociale di divisione in caste, contrariamente a quanto accadeva nel mondo ebraico e islamico. Nella tradizione cinese il consumo di carne è stato per secoli appannaggio dell’imperatore e dei dignitari di corte; in misura ridotta, assieme ad un largo uso di pesce, diritto delle classi dei funzionari e dei militari, mentre al popolo spettava una dieta basata essenzialmente sul consumo di vegetali.

La ricchezza e varietà della dieta alimentare erano quindi funzione diretta del rango sociale e il gusto alimentare per l’esotico era un segno di prestigio, dominio esclusivo delle classi superiori.

 

Crescita cinese e crisi della piramide alimentare asiatica

Con l’ascesa al potere del Comunismo e la scomparsa formale della divisione in caste non è tuttavia venuto meno il senso fortemente gerarchico che per millenni ha contraddistinto l’Impero di Mezzo. La divisione odierna si fonda principalmente sulla ricerca incessante della ricchezza personale e costituirebbe – secondo diverse interpretazioni socio-economiche – il fondamento psicologico della spasmodica ricerca per i beni di lusso ed “esotici” (stranieri), diffusamente percepiti come segno distintivo di elevazione sociale-economica-culturale, così come lo era per la casta dei dignitari di corte e dei potenti funzionari dell’impero.

Tenuto conto che le dimensioni demografiche della Cina funzionano da amplificatore di qualsivoglia fenomeno socio-economico, la crescita economica innescata dall’apertura dei mercati interni avviata nel 1978 ha condotto ad una diffusione della ricchezza su vasta scala, che non ha cancellato le ampie sacche di povertà del paese, ma ha garantito la presenza di oltre 100 milioni di super-ricchi su una popolazione che si approssima al miliardo e mezzo di persone.

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Il rapido diffondersi di una capacità di spesa prima sconosciuta ha così guidato la rivoluzione alimentare degli ultimi vent’anni estendendo a dismisura quel fattore “diversificazione alimentare” già intrinsecamente presente nella tradizione culinaria cinese. Dal momento che la ricchezza è il mezzo per rimarcare distinzioni sociali non più rigidamente precostituite, la capacità di spesa –anche in campo alimentare è servita ad estendere le fasce di consumo dei prodotti della tradizione mandarina (dignitari di corte) alle classi medie, importando le tradizioni occidentali legate al fast food presso tutti gli strati sociali e riducendo invece i consumi di quella dieta vegetale che aveva caratterizzato la maggioranza della società cinese (la quasi totalità della popolazione, contadina) fino a circa 30 anni fa. L’ascesa economica della Cina sta così mettendo in crisi la “piramide alimentare asiatica”, il modello elaborato nel 1995 dal WHO con la collaborazione di numerose università del pianeta, che pone alla base di un modello alimentare asiatico la dieta tipo cinese tradizionale. Modello costruito ad un anno dalla definizione dalla “piramide mediterranea”, anch’essa in forte crisi e con la quale vanta diverse analogie, la piramide asiatica esprime l’immagine di una nazione che privilegia i carboidrati penalizzando invece proteine animali e grassi. In cima si incontrano i prodotti di minor consumo, come la carne, scendendo si trovano dolciumi, uova, pollame, pesce e latticini, seguiti da frutta, legumi e verdura in genere, per arrivare alla base della piramide composta da riso, lavorazioni delle farine e del pane e numerosi cereali.

I lunghi anni di isolamento politico ed economico hanno favorito il perdurare di una dieta “tradizionale” attraverso scelte agronomiche nefaste, fondate sulla monocoltura forzata delle granaglie, che si rendevano necessarie allo scopo di soddisfare una domanda alimentare interna immensa. Le liberalizzazioni degli anni ’80 hanno portato a cambiamenti epocali con l’abbandono del sistema delle comuni agricole e l’assegnazione delle terre direttamente a singole famiglie di conduttori che le amministrano in un regime assimilabile al nostro diritto di superficie.

 

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Il mutamento negli assetti proprietari ha comportato un aumento della produttività media del 10% dei terreni, che si regge tuttavia su un impiego massiccio di fertilizzanti e prodotti fitosanitari assai più che su un uso razionale delle risorse, idrica su tutte, a fronte di un’altissima frammentazione della proprietà, inadeguata per soddisfare un mercato di ben oltre il miliardo di persone.

Tutto questo costituisce un limite quasi invalicabile per un paese dove solo il 15% dei terreni risulta coltivabile a causa della conformazione orografica e della fortissima pressione edilizia e industriale, che ha pesantemente depauperato le risorse idriche, in larga parte fortemente inquinate, e la fertilità dei suoli, oggi in misura crescente minacciati dalla desertificazione (come riferiscono i numerosi report dell’Istituto Meteorologico Nazionale).

La contestuale rivoluzione alimentare che cresceva di pari passo con l’evoluzione economica del paese, ha favorito in campo agricolo uno spostamento verso attività a più alto rendimento come l’allevamento animale, al punto che oggi la Cina può vantare il primato mondiale nell’allevamento suino.

 

Il consumo di carne

Così un’alimentazione un tempo povera di materie grasse è stata progressivamente sostituita da un’altra che invece ne possiede un alto tenore. Il censimento medico-nutrizionale del 2002 riferisce che per una quota rilevante di cinesi (60%) oltre il 30% del fabbisogno calorico giornaliero era apportato da materie grasse di origine animale quando le raccomandazioni del WHO suggeriscono un limite del 10% per i prodotti di derivazione animale.

Le implicazioni mediche in ambito genetico acquisiscono una rilevanza fondamentale. L’aumento nel consumo di carne incontrerebbe un limite nelle capacità metaboliche dei cinesi, dal momento che questi sembrerebbero avere una minore capacità di metabolizzare i lipidi rispetto agli occidentali. Questa affermazione in campo genetico sembra trovare riscontro empirico nella maggiore incidenza di patologie cardiovascolari che affliggono la popolazione cinese residente in Occidente, oggetto negli anni di numerosi studi comparativi.

L’influenza di alcune peculiarità genetiche geograficamente definite è oggi una delle frontiere di analisi della scienza medica in ambito genetico e nutrizionale, nei confronti della quale si addensano aspettative molto alte e interessi contrastanti.

Sotto questo profilo la Cina sembrerebbe godere di una relativa posizione di vantaggio, rispetto ad altri stati non ancora pienamente sviluppati, grazie agli intensi studi e ai corposi lavori di indagine epidemiologica e nutrizionale che hanno avuto ad oggetto proprio la popolazione cinese in forza della relativa omogeneità genetica che si riscontra nel vastissimo paese e per la conservazione di modelli alimentari rimasti inalterati per secoli.

 

Tra malnutrizione e obesità

Quella che emerge è la fotografia di un paese dai forti contrasti, che passa da una grave sottoalimentazione diffusa tra ampi strati della popolazione ad uno squilibrio alimentare dettato dalla “occidentalizzazione della dieta tradizionale”.

La Cina vanta un triste secondo posto a livello mondiale nella triste classifica della malnutrizione infantile (erano ancora 125mln le persone che vivevano con 1$ al giorno secondo le statistiche relative al 2011), ma al contempo si trova ad affrontare i problemi di soprappeso che affliggono ormai poco meno del 20% della popolazione.

Il dramma della malnutrizione infantile, come spiega Huo Junsheng, direttore del Food Science and Technology Department of the Chinese Center for Disease Control and Prevention in un’intervista datata dicembre 2011 rilasciata al People’s Daily online, è rappresentato dalle conseguenze durevoli in termini di malattie, deficienze mentali e di apprendimento, e quindi bassi rendimenti scolastici e scarsa produttività sul lavoro.

Consapevole di questa realtà, il governo cinese sta investendo pesantemente nella competizione scolastica con risultati sorprendenti in termini di percentuali di accesso di studenti cinesi alle più prestigiose scuole di formazione superiore (università e centri di ricerca) nel mondo.

China Daily riporta i dati di un’indagine nutrizionale condotta sui bambini delle regioni rurali del Qinghai, Yunnan, Ningxia e Guangxi. Il dato che appare più rilevante è il 72% dei bambini residenti nella struttura scolastica che affermano di sentirsi affamati durante le lezioni, nonostante i 3 pasti al giorno forniti dalla scuola, mentre un 33% afferma di avvertire il senso di fame durante tutta la giornata.

Stando ai dati prodotti dalla China Development Research Foundation nelle regioni oggetto dell’indagine l’apporto calorico giornaliero non raggiungerebbe nemmeno il 70% del fabbisogno stimato dalla FAO per l’età considerata.

L’abolizione di una quota rilevante di tasse sull’agricoltura se da una parte ha contribuito ad un aumento di produttività degli appezzamenti coltivati, dall’altra ha ridotto consistentemente il gettito per le Amministrazioni Locali che si occupavano direttamente delle politiche nutrizionali, consistenti nella fornitura di derrate alimentari dalla parte più povera della popolazione.

Oggi è il dipartimento delle Finanze a gestire i fondi per il sollievo della povertà, che vengono distribuiti in forma di contributo monetario, in aperto contrasto con i desiderata dei funzionari del Ministero di Sanità che denunciano l’eccesso di malversazioni, la diffusa corruzione e la perdita di potere d’acquisto dei contributi dovuti all’andamento altalenante dei prezzi dei prodotti agro-alimentari.

Il contraltare è rappresentato dagli oltre 200 milioni di cinesi con problemi di soprappeso, circa il 20% della popolazione nazionale e della popolazione mondiale in sovrappeso, con una tendenza marcata verso l’obesità.

Le trasformazioni economiche degli ultimi vent’anni hanno inciso enormemente su questo processo, portando la maggioranza della popolazione cinese ad avere un lavoro impiegatizio che si caratterizza per la sedentarietà della mansione. All’aumento medio dei salari corrisponde anche una diminuzione del tempo libero, che viene perlopiù impegnato da oltre il 50% della popolazione in attività domestiche e sedentarie come la lettura, guardare la TV o l’uso del computer.

Contrariamente a quanto accade nelle società occidentali è la popolazione anziana, assai meno influenzata dalla rivoluzione alimentare e dei costumi, a mantenere alti livelli di attività motoria con evidenti effetti positivi sullo stato di salute.

Nella capitale Pechino/Beijing, un tempo resa famosa dalla propaganda comunista per i manifesti dei “lavoratori in bicicletta”, oggi si affollano come nei nuovi distretti industriali milioni di automobili e la percentuale della popolazione obesa e in soprappeso sfiora il 45% dell’intera popolazione cittadina.

I problemi della malnutrizione, tanto la sottoalimentazione quanto la crescente obesità, sono diventati oggetto dei piani strategici del governo a partire dal 2005. “Rivoluzionare il modello nutrizionale ristabilendo il regime alimentare originale […]” è diventato il mantra del ministero della Sanità cinese.

 

Gli scenari per il futuro

La Cina, ripetono i funzionari ministeriali, ha tutti gli strumenti per risolvere l’impasse. La medicina tradizionale cinese prevede numerose terapie contro l’obesità assimilabili alla naturopatia molto in voga anche in Occidente. Il vantaggio delle terapie tradizionali cinesi è rappresentato dai costi contenuti e dall’assenza di prescrizioni mediche specifiche; il limite è che gli effetti desiderati si percepiscono solo nel medio-lungo periodo, risultando quasi nulli nel breve periodo.

Sotto la spinta di un’economia insaziabile, il governo della Cina mercantilista ha scorto un’opportunità di esportazione nel riconoscimento a livello internazionale delle numerose pratiche mediche tradizionali cinesi (positivamente avvviata con il riconoscimento dell’agopuntura nei trattamenti sanitari europei). Contemporaneamente ha avviato nel paese una massiccia campagna informativa a sostegno della medicina tradizionale allo scopo di ri-bilanciare gli apporti nutrizionali della dieta cinese e ridurre gli squilibri alimentari, ma anche con il chiaro intento politico di rimarcare una supposta superiorità del modello tradizionale cinese, sfruttabile come strumento di amministrazione di un consenso sempre più difficile da governare.

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In questo modo la Cina, che ha cancellato le tracce del proprio passato ricostruendo le nuove città sulle rovine dei numerosi hutong abbattuti per far spazio alla modernità, conserva gelosamente Wangfujing, strada nel centro di Pechino, poco fuori dal quartiere della Borsa dove manager e mondo della finanza si ritrovano per l’equivalente di un aperitivo a base di spiedini di insetti (scarafaggi, lombrichi, scorpioni, larve, cavallette e soprattutto cavallucci marini) secondo l’antica usanza della classe dei mercanti.

Bancarelle equivalenti oggi si trovano ad ogni angolo anche delle città figlie dell’industrializzazione folle degli ultimi anni (Guandong, Hangzhou), segno della forte presenza identitaria della tradizione culinaria e salutistica.

Sul rapporto tra cucina e salute nel 1600 a.C. in Cina già si teorizzava un’armonizzazione degli alimenti suddivisi nei cinque sapori fondamentali (dolce, acido, amaro, piccante e salato) ai quali corrisponderebbero le esigenze nutrizionali dei cinque principali organi del corpo (cuore, fegato, milza/pancreas, polmoni e reni).

Il ritorno ad un tradizionalismo culinario e l’ampia diffusione dell’entomofagia come costume alimentare, rappresentano per la Cina non solo una possibilità di migliorare il regime nutrizionale, ma soprattutto l’unica via forse sostenibile per contenere l’impatto energetico e ambientale di un regime alimentare altrimenti insostenibile per sfamare una popolazione di oltre 1 miliardo di persone.

Per dimensioni e problematiche la Cina può essere il banco di prova dei problemi globali alimentari di domani. Le scelte del governo cinese, nella misura in cui sapranno orientarsi alla cure della salute pubblica mettendo all’angolo gli interessi di competizione commerciale e aprendosi quindi alla cooperazione intergovernativa e multilaterale, potranno risultare fondamentali nell’anticipare quello che molti oggi definiscono come il vero grande rischio  di domani: una crescita economicamente insostenibile degli squilibri alimentari e nutrizionali.

 

L’articolo  in originale su www.lospaziodellapolitica.com/2013/09/la-cina-si-arricchisce-ma-mangia-male/#sthash.RbaYVDYj.dpuf

 

Se il cibo è prima di tutto cultura, inevitabilmente esso è espressione di un’identità e di un territorio. È funzione delle caratteristiche fisiche e geografiche che fanno sì che per ogni cultura esistano cibi graditi e fonti di nutrimento totalmente sconosciute o rifiutate come tali. Il retaggio culturale è quindi anche limite alla natura onnivora dell’uomo. – See more at: http://www.lospaziodellapolitica.com/2013/09/la-cina-si-arricchisce-ma-mangia-male/#sthash.RbaYVDYj.dpuf

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