Dubbi e verità sugli effetti extrascheletrici della vitamina D

venerdì, 11 ottobre 2013

focus-medicoLa vitamina D ha una storia lunga ed interessante. Il fitoplancton e lo zooplancton hanno  prodotto vitamina D per più di 500 milioni di anni.
Poiché essi non avevano uno scheletro, la funzione originale della vitamina D probabilmente non era correlata al metabolismo osseo. L’alba del XX secolo ha conosciuto l’epidemia di rachitismo nell’Europa del Nord e negli Stati Uniti accompagnata da un incremento delle infezioni respiratorie nei bambini rachitici.

Dall’olio di fegato di Merluzzo

Nella tradizione popolare si faceva largo uso dell’olio di fegato di merluzzo come agente protettivo e anche dopo la commercializzazione su larga scala dell’olio di fegato di merluzzo come presidio medico gli effetti salutistici  evidenziati nel “bugiardino” erano “prevenzione e cura di tosse, influenza sia nei bambini che negli anziani”.
Nel 1920 Adolf Windaus indentificò la vitamina D analizzando gli effetti antirachitici  dell’olio di fegato di merluzzo. Gli effetti extraossei della vitamina D furono riscoperti solo nel 1941.

Effetti extrascheletrici

Oggi la vitamina D (sempre più ormone e meno vitamina)  riceve un’attenzione crescente proprio per i suoi effetti extrascheletrici visto che i recettori per la vitamina D sono presenti pressochè in tutti i tessuti e che  anche le idrossilasi che attivano la vitamina D (enzimi) sono parimenti ampiamente distribuite nei vari tessuti corporei.

Per quanto concerne, nello specifico, l’uso della vitamina D nella prevenzione e nel trattamento dell’obesità,  l’azione della vitamina D si esplicherebbe attraverso un’azione favorente l’apoptosi degli adipociti che passa attraverso un aumento della concentrazione intracellulare del calcio associata all’attivazione di proteasi in grado di determinare effetti morfologici e biochimici determinanti apoptosi. Ovvero la concentrazione del calcio unita ai processi enzimatici di rottura delle catene proteiche favorirebbe la morte “naturale” (apoptosi appunto e non necrosi) di quelle cellule deputate ad accumulare lipidi come fonte di energia per l’organismo.
Naturalmente saranno necessari ulteriori studi per valutare questo approccio da un punto di vista di sicurezza e per identificare i livelli ottimali di calcio e vitamina D da assumere come prevenzione e trattamento dell’obesità.

Fabbisogni reali, rischi ed eccessi

Sebbene la tossicità da vitamina D  sia ritenuta estremamente rara ed una causa molto sporadica di ipercalcemia, la necessità di raggiungere per gli effetti extrascheletrici concentrazioni ematiche di vitamina D superiori  a quelle efficaci per la patologia ossea, può esporre al rischio di una ipervitaminosi.
Le line guida  su cibo e nutrizione  indicano in 2000 UI al giorno come il più alto dosaggio assumibile  senza rischio di ipercalcemia. L’uso di dosaggi elevati di supplementi di vitamina D, spesso sulla base di informazioni emotive reperite in rete e talora autoprescritte, può determinare livelli ematici di vitamina D compatibili con tossicità (> 100 ng/ml) tanto più che la vitamina D, essendo liposolubile, tende ad accumularsi nel grasso corporeo (ancor di più nell’obeso).
Non a caso in letteratura compaiono sempre più frequentemente segnalazioni da tossicità da vitamina D, specie negli anziani.

Nel 2011 è stato pubblicato il rapporto dello IOM (institue of Medicine) nordamericano sui fabbisogni da calcio e vitamina D comprenssivo di una revisione sull’evidenza scientifica degli effetti tanto scheletrici quanto extrascheletrici dal titolo “The 2011 Report on Dietary Reference Intakes for Calcium and Vitamin D from the Institute of Medicine: What Clinicians Need to Know”.
Ebbene le conclusioni di questa vasta ed esaustiva -nonché recente- review sono che le evidenze scientifiche disponibili sostengono il ruolo chiave di Calcio e vitamina D nella salute del sistema scheletrico dimostrando relazioni causa-effetto e fornendo solide basi per la definizione dei fabbisogni.
Per gli effetti extrascheletrici, tuttavia, l’evidenza è inconsistente e non conclusiva dal punto di vista causa-effetto e -soprattutto- insufficiente nel definire i fabbisogni per ottenere effetti extrascheletrici. I fabbisogni di vitamina D sono identificati in 600 UI/die per le età da 1 a 70 anni e di 800 UI/die per le età superiori a 70 anni.
In questo modo il 97,5 % della popolazione  mostra livelli di vit D superiori a 20 ng/ml in condizioni di minima esposizione al sole. Valori superiori non sono stati consistentemente associati a maggior beneficio e, per alcuni outcome, si è osservata una curva ad U con rischi sia ad alti che a bassi livelli. Sulla base di queste considerazioni la prevalenza di deficit di vitamina D in America è sovrastimata e, data l’importanza del problema , sono evidentemente  necessarie ricerche urgenti che comprendano anche la rivalutazione dei ranges ematici di vitamina D onde evitare sia sovra che sottotrattamenti.

Quanto descritto non fa che ribadire, ancora una volta, come i dati di ricerca debbano essere convalidati da dati clinici e prima di essere comunicati alla popolazione.

 

Il Comitato Scientifico di Nutricity

 

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