Corea del Nord: le bombe dei “morti di fame”

lunedì, 8 aprile 2013

focus-geopoliticaEsistono fili conduttori che sembrano descrivere meglio di altri una data epoca storica. Se nel corso dell’Ottocento furono gli equilibri tra le potenze dominatrici europee sfociati nell’imperialismo coloniale e nel Novecento la ricerca di un equilibrio di potenza in un mondo “bipolare”,  oggi, in un contesto governato dagli scambi economici internazionali e da una forte pressione demografica, l’attenzione del mondo torna a concentrarsi sul controllo delle risorse energetiche e sul cibo in particolare come fonte energetica primaria per gli stessi abitanti del pianeta.

Quello che il pensiero strategico correttamente definisce Food Security, ovvero il controllo delle risorse necessarie a soddisfare il fabbisogno alimentare mondiale, è esploso in questi anni evidenziando tutte le difficoltà di trovare un equilibrio tra domanda e offerta, tanto a livello globale quanto a livello locale di  singoli stati , per ragioni che affondano le radici in scelte politiche azzardate, nell’applicazione forzata di modelli economico-produttivi fallimentari o ancora per mancato controllo degli equilibri tra fattori produttivi, in spregio alle più elementari regole malthusiane.

Oggi abbiamo sotto gli occhi la triste vicenda della Corea del Nord, uno degli ultimi regimi comunisti “ortodossi”, nemico del libero mercato e degli scambi internazionali, che al crollo dell’URSS e del COMECON (di cui peraltro non fece mai parte) si è ritrovata spiazzata e priva dei mezzi economici per il proprio sostentamento.
Quando il potere di Mosca e del Politburo venirono meno, la Corea si trovò senza protezione e senza soldi, dal momento che i pochi nelle casse dei “paesi fratelli di Mosca” erano stati richiesti da Gorbaciov a titolo di rimborso dei lunghi anni di aiuti nel disperato tentativo di sanare il dissesto finanziario dell’Unione Sovietica.

Senza soldi e senza aiuti Pyongyang resse il colpo grazie all’intervento provvidenziale della Cina, che garantì la copertura di oltre il 70% del fabbisogno alimentare coreano. Accanto alla Cina la Corea del Nord intratteneva buone relazioni con Laos e Vietnam, paesi incapaci di sostenere il peso dell’aiuto economico ad una nazione in crisi produttiva.

Nel 1993 un crollo nella produzione di grano cinese e un primo aumento generalizzato dei costi, costrinsero Pechino a stringere la corda con la Corea. Ricorrono quindi proprio quest’anno i vent’anni di quello che viene ricordato come il “Marzo difficile” che segnò l’avvio della “Fame coreana”, tra il 1994 e il 1998.
La terra è madre spietata e in quegli stessi anni piogge tropicali monsoniche spazzarono via oltre 1mln di tonnellate di produzione di granaglie, innescando una spirale di carestia e malnutrizione che costò la vita ad un numero imprecisato di persone, stimabile tra le 500mila e 1,5milioni.

Pyongyang non si è mai risollevata da quegli anni  tragici, rimanendo largamente dipendente dagli aiuti internazionali provenienti in larghissima misura da Cina e Corea del Sud e in misura più ridotta dagli Stati Uniti e dall’ONU attraverso il World Food Program.
In questi stessi anni le derrate alimentari sono diventate lo strumento per negoziare accordi paralleli, legati alle politiche di contenimento della proliferazione nucleare e al rispetto della tregua siglata tra le due Coree nel lontano 1953 per la determinazione del confine reciproco lungo il 38° parallelo.

immagine da www.mappery.com

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Il Regime dittatoriale nepotista della famiglia Kim (nonno, padre e oggi nipote) non è stato in grado di dare avvio ad una ricostruzione e riconversione del sistema infrastrutturale e produttivo nazionale, che rimane irregimentato nella forma collettivista di matrice sovietica e carente sotto il profilo infrastrutturale, con un conseguente calo medio della produttività che si è registrato negli ultimi 30 anni, particolarmente vistoso nel comparto agricolo-alimentare i cui effetti sono ancor più gravi e vistosi per un paese che coltiva una superficie inferiore al 20% del totale delle proprie terre.

 

 

 

Politiche di austerity e igiene e sanità pubblica ampiamente sbagliate (contingentamento dei consumi alimentari con tetto di 2 pasti giornalieri) insiem con l’espressa volontà di non modificare alcunché nel sistema produttivo agroa-alimentare, hanno esposto il paese a ripetute crisi di produzione: si ricordano quella del 2007 che suscitò l’attenzione della stampa mondiale e dell’ONU -che denunciò un rischio malnutrizione per oltre 1/4 della popolazione (6 milioni di persone) e più recentemente nel 2011, davanti alla quale l’EU ha risposto con l’invio di derrate alimentari per circa 10mln di euro.

Un sintetico ma denso report rilasciato dall’agenzia di stampa Asia Press lo scorso gennaio traccia un quadro disperato della Corea del Nord, evidenziando un dato socialmente spaventoso e allarmante ripreso da numerosi quotidiani al mondo: l’esplosione di fenomeni di cannibalismo che coinvolgono in particolare alcune province periferiche nella porzione più meridionale del paese. Sarebbe tuttavia più corretto parlare di antropofagia da fame/carestia, in quanto comunemente con il termine cannibalismo intendiamo un costume sociale e culturale retaggio di alcune popolazioni che vivono in contesti di totale isolamento rispetto alla modernità (Papua Nuova Guinea, Sud America) e che richiama fattori religiosi tribali.

Le cause del mostruoso costume sociale sarebbero da ricondurre alle storture della politica agricola collettivista che impone ai produttori il rispetto di quote nazionali di produzione, che vengono poi incamerate dallo Stato nella quantità necessaria a coprire i fabbisogni stimati dei propri apparati, lasciando l’eccedenza ai produttori come compenso alla produzione.
Le avversità climatiche degli anni ’90 hanno poi lasciato in braghe di tela i produttori, privi di mezzi, macchinari e carburante. Ne è conseguito un calo di produzione malamente stimato dal governo centrale, senza che fossero per questo riviste le quote di prelievo collettivo.
L’esercito è stato impiegato per riscuotere la propria quota di produzione agricola “cibo per l’esercito“, costringendo gli agricoltori a prendere denaro a prestito (con interessi) dall’equivalente dei nostri consorzi agrari (pubblici) per l’acquisto di semenze, fertilizzanti e pesticidi, nel disperato tentativo di aumentare la produzione.
Nella spirale di questo sistema statico, caratterizzato da alta corruzione e pratiche feduali da gabellieri, la popolazione rurale della Corea è stata ridotta alla fame e all’impossibilità di avviare una rivoluzione produttiva, schiacciata sotto il peso dei propri debiti.

Si ricordano pochissimi casi assimilabili al fenomeno cui stiamo assistendo impietosamente in Corea del Nord.
Di questi la maggior parte è da ascrivere ad epoche storiche remote o comunque così lontane per condizione sociale e culturale da non essere comparabili (vedi i casi della Cina del 1200 e in Egitto durante la fame del 1201) mentre possiamo tragicamente accostare un episodio rimasto nell’ombra della storia e verificatosi nella Repubblica socialista sovietica d’Ucraina tra il 1932 e il 1933, ricordato come Holodomor (in ucraino “sterminio per fame”) in cui si stima persero la vita un numero imprecisato tra 1,5 e 3 mln di persone.
La collettivizzazione forzata introdotta per legge senza una fase pilota di adeguamento, comportò ribellioni, costante sotto-produzione e il diffondersi di episodi di cannibalismo bollati dal regime sovietico come casi di follia selvaggia della quale vennero incolpati innanzitutto i cosacchi.

Quella che sta vivendo oggi La Repubblica Democratica Popolare di Nord Corea rischia di essere qualcosa di più di una semplice recrudescenza della carestia già conosciuta negli anni ’90, rivelandosi persino peggiore di quel che è accaduto vent’anni orsono, per l’intrecciarsi di elementi agronomici e medici.
Da una parte l’impoverimento dei suoli derivante da pratiche agronomiche sbagliate frutto del dissesto finanziario conseguente alla crisi economico-produttiva degli anni ’90, dall’altro il rischio medico-genetico derivante da una prolungata malnutrizione che dura da vent’anni, culminata negli attualissimi episodi di antropofagia che si spingono fino al commercio di carne umana sul mercato nero.

Al consumo di carne umana sono peraltro associabili diverse malattie neurologiche che hanno portato le autorità civili di tutti gli Stati a vietare il cannibalismo anche laddove esso permane come pratica rituale a valenza religiosa.
E’ il caso della tribù Fore (tremore) della Papua Nuova Guinea, presso i quali uno studio condotto nel 1957 dal premio Nobel D. C. Gajdusek rivelò un’ampia diffusione di malattie a sintomatologia neurologica (atassia, tremori e disturbi della coscienza) che aveva esiti letali dopo circa 3÷9 mesi dall’inizio. Questa malattia, chiamata localmente Kuru (morte che ride, per via della paresi facciale che rappresenta uno dei sintomi più vistosi), appartiene al ceppo delle encefalopatie spongiformi che causano una mutazione del tessuto cerebrale che diventa spugnoso e forato.
La causa di queste forme patologiche è risultata essere una “proteina infettiva” nota come prione. Il prione è una proteina ​​che si è ripiegata scorrettamente e che è poi in grado di infettare le proteine adiacenti. Il fenomeno ha un decorso piuttosto rapido ed esponenziale, così la massa di proteine ​​mal ripiegate distrugge la funzionalità delle cellule e provoca la morte cellulare.

 Lo stesso accade in quella che viene definita mad cow disease (encefalopatia spongiforme bovina) e che negli ultimi 15 anni ha sconvolto il mercato europeo della carne rossa bovina. Derivata dalla prassi britannica di alimentare i bovini con farine di origine animale, il morbo si è trasmesso all’uomo innescando una psicosi collettiva durata circa un decennio (1996-2006).
Fortunatamente le autorità nazionali di diversi paesi europei, insieme alle strutture comunitarie (EFSA) hanno repentinamente adeguato il sistema normativo e i protocolli per la sicurezza alimentare (food safety), riducendo consistentemente il rischio di trasmissibilità dell’infezione.

Se da una parte sono diffusi in tutte le popolazioni al mondo quei geni -versioni mutanti  del prione- che sembrebbero proteggere dalle malattie “da prioni”, derivanti da una selezione naturale della specie umana (polimorfismo genetico) che ha avuto avvio con le popolazioni preistoriche presso le quale il cannibalismo era un costume diffuso, dall’altra la scienza medica non è in grado di arrestare l’infezione quando questa viene contratta, con un esito quasi sempre fatale per il soggetto contagiato.

Stando alla tradizione gastronomica locale, l’alimentazione di un nord coreano appare relativamente equilibrata: ricca di fibre per il largo consumo di verdure e legumi presenti in alcuni dei piatti più popolari della cultura culinaria del paese (“kimchi”  a base di cavolo, cipolle, rape e svariate verdure di stagione, condite da abbondanti dosi di pepe e aglio e messe a fermentare per settimane). Nella dieta tipo del coreano la tradizione prevede anche un consumo ponderato di carne, che si ritrova in diversi piatti “Sinsollo” e “Pulgogi“: il primo un brodo di carne e vegetali arricchito di noci e uova, il secondo fette di manzo marinate e cotte alla brace.
Alcune usanze gastronomiche si discostano invece di molto dagli schemi alimentari occidentali e prevedono un largo consumo di insetti (bachi da seta, formiche rosse arrostite e scarafaggi) insieme a carne di cane e serpenti, mentre sono del tutto assenti latte e latticini.

bovinoIn questo modo possiamo fare delle supposizioni per meglio comprendere -pur in assenza di dati statistici- come la perdurante crisi economico-produttiva degli ultimi 20 anni abbia influito e modificato la dieta dei nordcoreani: gli allevamenti bovini è presumibile siano praticamente scomparsi, nell’impossibilità di alimentare il bestiame, mentre si registrerà un aumento nel consumo di carne di cane se non addirittura umana -come riferisce il report di Asia Press relativamente ad un commercio di carne umana per uso alimentare. Anche il consumo di ortaggi avrà subito un drastico ridimensionamento a seguito della scomparsa delle grandi aziende agricole collettive distrutte e mai ricostruite dopo i cataclismi degli anni ’90 e del 2007, cui il regime ha risposto inasprendo il prelievo forzoso sulle quote di produzione dei piccoli contadini. E’ immaginabile che il consumo tradizionale di insetti si sia esteso nel disperato tentativo di compensare, per quanto possibile, il calo di apporto proteico e vitaminico derivante dal minor uso di carne e verdura.

 

 

L’ONU già nel 2011 ebbe a definire la crisi alimentare coreana “una delle emergenze umanitarie croniche più sottofinanziate del mondo“, registrando al contempo una diffusa pratica di malversazione degli aiuti internazionali che negli anni sono finiti a finanziare il programma di “riarmo nucleare” del paese che oggi preoccupa le cancellerie di mezzo mondo. L’opzione bellica appare una follia per un paese privo ormai di alleati (l’alleanza con la Cina è quasi puramente formale e di scarso interesse per il gigante asiatico), assolutamente non autosufficiente sotto alcun profilo produttivo e con il solo 20% dei terreni coltivabili e una popolazione stremata da oltre 20 anni di isolamento politico-economico.

 

 

 

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