Come cambia la dieta degli italiani, secondo Nutricity

venerdì, 1 febbraio 2013

focus-geopoliticaC‘è un gran bel dire sull’evoluzione dei modelli di consumo degli italiani, che rapidamente si riflettono sulla dieta alimentare con possibili evidenti risvolti di natura medica o quantomeno salutistica.
Ci preme tuttavia ricordare in primo luogo che i consumi sono fenomeno ampiamente monitorato nel nostro paese, da parte tanto degli organismi pubblici a carattere sanitario, quanto da enti e fondazioni di ricerca sociale di chiara fama (Censis su tutti).
Vale la pena ricordare poi che l’osservazione dei comportamenti di consumo viene svolta con regolarità negli anni e questo permette di elaborare dei modelli di analisi rappresentativi, ma anche di interpretare e parzialmente predire i cambiamnenti comportamentali alla luce di mutamenti sociali ed economici.

I dati e le indagini più recenti evidenziano proprio una crescente influenza dei fattori economici dettati dal perdurare della crisi sul trend alimentare italiano. Risulta quindi abbastanza sterile una semplice pubblicazione di questi aggiornamenti, mentre obiettivo imprescindibile da un punto di vista medico e di prevenzione è piuttosto quello di capire se la recente crisi economica abbia o meno incrinato un modello alimentare (quello della dieta mediterranea) che in Italia è andato consolidandosi negli ultimi 30 anni.

Stando a quanto emerge dall’ormai tradizionale appuntamento di Cernobbio, forum organizzato da Ambrosetti-European House che dedica una sezione ai problemi dell’Agricoltura e dell’alimentazione elaborata da Coldiretti su dati Coop Italia, i consumi alimentari italiani avrebbero subito una flessione media del 3%.
Due appaiono i trend evidenti: da una parte l’aumento nel consumo di cibi economici (pasta +3,6%) e conseguente contrazione per i cibi più costosi (carne -5,5% e pesce -1%), dall’altra un aumento deciso negli acquisti di prodotti “primari” legati ad una cucina “fai-da-te” come farina +8,3%,  uova +5,3% e burro +2,8%.
Stessa chiave di lettura per la riduzione del 7% fatta registrare nell’acquisto di dolciumi e caramelle, così come di cioccolato (-3,3%), mentre aumentano del 3,3% il caffè macinato e del 5,9%  fette biscottate e biscotti vari. Tutti sintomi di una stretta economica che spinge verso stili di vita più casalinghi, con colazione fatta sempre più spesso a casa.
Si evidenzia come la riduzione dei consumi alimentari non abbia toccato l’olio d’oliva, che fa registrare un +6,8%, sintonomo chescelte alimentari “più domestiche” dettate da ragioni economiche non hanno scalfito una tradizione alimentare ben radicata in tutta Italia legata al consumo dell’olio d’oliva come principale condimento.

Il confronto con con la realtà inglese appare illuminante rispetto alle modalità con cui la crisi economica di questi anni ha inciso sulle abitudini alimentari.
Secondo una ricerca condotta da Worldpanel Kantar per il noto quotidiano Guardian il costo del cibo in Gran Bretagna avrebbe subito un aumento medio del 32% a partire dal 2008, considerato come anno 0 dell’attuale crisi economica.  Quello che appare immediatamente evidente è come l’aumento dei prezzi si sia riflesso sulle abitudini alimentari, con 900mila inglesi che hanno rinunciano a frutta e verdura rivolgendosi al cosiddetto junk food.

Negli USA si stima poi che l’aumento dei prezzi del cibo abbia significato una contrazione di spesa da parte delle famiglie per la “dispensa di casa” (5,5% del reddito familiare), che tradotto in altri termini ha comportato una crescita nei consumi di prodotti Fast-food, con la conseguenza che il 21% del budget sanitario nazionale americano del 2012 è stato destinato alle cure mediche derivanti da unalimentazione basata su cibo economico e senza riguardo per gli aspetti nutrizionali.

Da un punto di vista strettamente economico, che qui ci interessa solo in parte, si può concludere che la domanda di prodotti agroalimentari è più elastica di quanto si pensi rispetto al prezzo, e che pertanto variazioni consistenti di prezzo possono incidere pesantemente sui consumi. Ma i dati relativi all’Italia rivelano un elemento interessante:la solidità di alcune “buone abitudini” alimentari (v. consumo di olio d’oliva) sono fortemente radicate e resistono alle ristrettezzze economiche. A questo va aggiunta la riscoperta di una cucina fai-da-te come espediente per garantire un certo livello qualitativo nella scelta dei prodotti risparmiando sul costo di produzione del prodotto finale.
Segnaliamo però come questa sia una tendenza davvero recente e dettata dalla crisi economica. Da una indagine Ismea-ACNielsen datata 2005 si eviceva un aumento consistente dei pasti fuori casa, seppur sempre più ridotti nelle porzioni. La crescente disoccupazione in Italia ha probabilmente fornito una giustificazione in più per un ritorno alla produzione di cibo domestica, sebbene questo si inserisca in un trend di lungo periodo che ha visto nell’arco di 20 anni una crescita del segmento Grande Distribuzione anche in Italia.

In conclusione, la notizia che recentemente ha suscitato tanto clamore, relativa all’annuncio da parte di Coldiretti di un primo segnale di dimagrimento della popolazione italiana dopo oltre 20 anni di tendenza inversa, trova alla luce di quanto esposto una spiegazione forse meglio articolata. L’indagine è stata condotta sulle serie storiche dell’ISTAT relative ai “consumi degli italiani”, i quali, come si è visto, sono caratterizzati da alcuni trend di fondo (onde lunghe) tavolta corretti o spezzati da fattori contingenti (crisi economiche e sociali).

I consumi calano oggi per effetto della crisi ed una ridotta attenzione alla qualità del cibo può essere data per certa, sebbene emerga in modo assai meno evidente nella corposa indagine presentata in occasione del Forum Ambrosetti di Cernobbio 2012.
In sostanza sotto la spinta dell’inflazione i consumatori si sono rivolti sì  a prodotti di qualità inferiore, ma dopo oltre vent’anni di crescente attenzione alla qualità alimentare. Come conferma pure un report del Ministero dello Sviluppo Economico (Consumi Agroalimentari in Italia e nuove tecnologie), il consumatore italiano è sempre più esigente rispetto alla qualità del prodotto acquistato, e la crisi ha non ha cancellato questo trend, ma, come rivelano i dati presentati a Cernobbio, ha riportato nella funzione tutto il peso della variabile prezzi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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