Nei cinque continenti il fac-simile delle ricette italiane

domenica, 14 ottobre 2012

CONTRAFFAZIONEUna ricerca dell’Accademia italiana della cucina dimostra che all’estero nel 60 per cento dei casi il menù made in Italy è ”liberamente reinterpretato” se non ”maldestramente riprodotto”.

L’indagine, realizzata attraverso 74 delegazioni straniere, ha scattato la fotografia dello stato della gastronomia italiana nei cinque continenti.
Quasi la metà (47%) dei cuochi che operano nei ristoranti italiani all’estero non sono italiani e solo una piccola parte (9%) di questi ha seguito scuole, stage o tirocini nel Belpaese.

Citando alcuni esempi: la pizza rimane il piatto più reinterpretato all’estero, seguito dal tiramisù, le lasagne, le scaloppine di vitello e la pasta al ragù.

La fusione tra i gusti della tradizione e i sapori locali da spesso luogo a una forma di cucina ibrida e alla creazione di piatti che, paradossalmente, hanno successo anche se ben lontani dalla tradizione Italiana.
Ne sarebbe una dimostrazione la cucina “all’italiana” made in Olanda: a L’Aia, nei ristoranti italiani, si possono trovare nei menu i ”pesci al forno col pesto”.

I gusti si evolvono col tempo e segnano sono segnati dagli scambi culturali: è così che un piatto prima diffusissimo negli Stati Uniti, gli ”spaghetti con le meat balls” (polpette), risulta oggi praticamente scomparso.

Guardano ai macro indicatori, dall’indagine dell’Accademia Italiana della Cucina quella italiana rimane la cucina più apprezzata nel mondo: 68% dei paesi stranieri, seguita dalla cucina cinese (40%) e dalla francese (38%).

Anche riguardo alla diffusione della cucina italiana all’estero emergono alcuni dati interessanti: Melbourne è la città per numero di ristoranti italiani (+1000), seguita da Sidney, New York e Montreal (+500). Parigi (+400) ristoranti italiani, è la culla della gastronomia tricolore in Europa.

 

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